Buoni propositi per l’anno nuovo e frustrazione: la trappola che si ripete ogni gennaio
Quest’anno, per la prima volta dopo non so quanti gennaio consecutivi, non ho iniziato l’anno con una lista di desideri e obiettivi per l’anno nuovo.
Niente revisioni, niente bilanci iper-razionali, niente piani strategici scritti con la penna “buona”.
E non per scelta illuminata.
Ero a letto con la febbre alta. Il corpo chiedeva sonno, tregua, silenzio. Dopo mesi di tanta energia spesa, l’unica cosa possibile era fermarmi.
Ed è stato lì, tra una dormita e una tachipirina 1000, che mi è arrivata una domanda semplice e un po’ scomoda: e se una parte della frustrazione che proviamo ogni gennaio nascesse proprio da qui?
Dai buoni propositi intendo.
Ogni anno funziona più o meno così: ci sediamo, spesso stanche ma piene di aspettative, e decidiamo che “da ora in poi” saremo persone migliori. Più disciplinate, più costanti, più organizzate, più tutto.
I buoni propositi di inizio anno diventano una lista di cose da aggiungere, migliorare, sistemare. Raramente da togliere.
Il problema non è la voglia di cambiare.
Il problema è che questi propositi nascono quasi sempre da una sensazione di mancanza: non sono abbastanza, non ho fatto abbastanza, devo recuperare.
Così, senza accorgercene, trasformiamo l’inizio dell’anno in un tribunale.
Noi sul banco degli imputati. Il passato sotto processo. Il futuro caricato di aspettative irrealistiche.
E quando, dopo qualche settimana, l’energia iniziale cala (entro il 20 di febbraio è stato studiato che il 70% dei buoni propositi sono già stati mollati), la vita riprende il suo ritmo e noi non riusciamo a mantenere tutto quello che avevamo promesso a noi stesse, arriva lei: la frustrazione.
Non perché non siamo capaci. Ma perché i buoni propositi, così come li intendiamo, spesso non hanno nulla a che fare con un cambiamento autentico.
Partono dalla testa, ignorano il corpo, non tengono conto dei tempi interiori.
E soprattutto non ascoltano davvero chi siamo, oggi.
E forse è per questo che, ogni gennaio, la trappola si ripete.
Buoni propositi di inizio anno e obiettivi: una differenza che cambia tutto
Uno dei motivi per cui i buoni propositi per l’anno nuovo falliscono così spesso è semplice, anche se poco raccontato: non sono obiettivi.
Sembrano obiettivi, usano il loro linguaggio, ma in realtà funzionano in modo completamente diverso.
I buoni propositi nascono quasi sempre da un’idea astratta di come dovremmo essere. Secondo chi, poi, non si sa.
“Dovrei fare più sport.”
“Dovrei mangiare meglio.”
“Dovrei essere più organizzata.”
“Dovrei pensare positivo.”
Parole vaghe, senza corpo. Senza tempo. Senza contesto.
E soprattutto senza una domanda fondamentale: perché lo voglio davvero?
Un obiettivo, invece, non nasce dal giudizio sul passato, ma da una direzione.
Non è una lista di correzioni, è una scelta.
Non parte da “non vado bene così”, ma da “in che direzione voglio andare, adesso?”.
Qui sta la differenza che cambia tutto tra obiettivi per l’anno nuovo e buoni propositi.
I buoni propositi chiedono forza di volontà.
Gli obiettivi chiedono allineamento.
I buoni propositi ignorano la vita reale.
Gli obiettivi tengono conto di chi sei, del tempo che hai, dell’energia che attraversi.
E poi c’è un altro punto, ancora più scomodo: molti buoni propositi non sono nemmeno nostri. Sono desideri assorbiti, confronti silenziosi, aspettative sociali travestite da motivazione personale.
Così iniziamo gennaio con una lista che non ci rappresenta davvero.
E quando non riusciamo a mantenerla, invece di rimetterla in discussione, mettiamo in discussione noi stesse.
Non è un problema di costanza.
È un problema di ascolto.
Prima di chiederci come mantenere i buoni propositi, forse dovremmo chiederci se vale la pena tenerli.
E se non sia più onesto iniziare l’anno non chiedendoci cosa devo fare di più, ma che tipo di vita voglio abitare, davvero.
Da lì, tutto cambia.
Certo, poi c’è anche una differenza sostanziale di forma, di come si scrivono correttamente gli obiettivi, mentre i buoni propositi sono delle frasi sempre vaghe e poco misurabili e specifiche, ma questo è il problema minore e, se ti interessa , posso parlarne nei prossimi articoli.
Pianificare l’anno nuovo contro natura (e poi chiedersi perché siamo già stanche)
C’è un momento preciso, ogni gennaio, in cui succede una cosa curiosa.
Siamo ancora avvolte nei cappotti, fa buio alle cinque del pomeriggio, il corpo chiede lentezza, sonno, silenzio… e noi cosa facciamo?
Pretendiamo chiarezza. Direzione. Visione a lungo termine.
Gennaio, nella narrazione dominante, è il mese del riparti forte.
Programma l’anno. Decidi tutto. Metti i paletti. Scegli gli obiettivi.
Peccato che, se guardiamo fuori dalla finestra, la natura stia facendo l’esatto opposto.
Gli alberi sono spogli.
La terra riposa.
I semi sono sotto, invisibili, e non si sognerebbero mai di dire: “Ok, ora cresco”.
E invece noi no. Noi vogliamo fiorire il 2 gennaio, possibilmente con un’agenda nuova di zecca e un foglio Excel.
Questa smania di pianificare l’anno nuovo nasce da una convenzione, non da un ritmo naturale. Il Capodanno, così come lo viviamo, è una data simbolica, non biologica. Il corpo non sa che è cambiato l’anno. Sa solo che fa freddo, che le energie sono basse, che servirebbe ascolto.
E qui nasce una delle trappole più grandi dei buoni propositi di inizio anno: chiediamo al corpo una spinta primaverile mentre è ancora pieno inverno.
Risultato? Dopo due settimane siamo già esauste. E ci chiediamo cosa non va in noi.
Spoiler: non c’è nulla che non va in te.
È il contesto che è stonato.
Forse gennaio non è il mese giusto per decidere tutto.
Forse è il mese giusto per sentire.
Per osservare cosa è rimasto dopo l’anno passato.
Per capire cosa non vuoi più portarti dietro.
Pianificare sì, ma non contro di te.
Non contro il tuo ritmo.
Non contro la tua energia.
E magari, con un pizzico di ironia, smettere di trattare gennaio come una gara di ripartenza… e iniziare a viverlo come un atterraggio morbido.
Buoni propositi o obiettivi? La differenza che cambia tutto
Uno dei motivi per cui i buoni propositi per l’anno nuovo finiscono quasi sempre nel cassetto è semplice, anche se un po’ scomodo da ammettere: non sono obiettivi.
Sono desideri vaghi travestiti da promesse solenni.
“Volermi più bene.”
“Da gennaio penso più a me.”
“Nel 2026 cambio vita.”
Bellissimo. Poetico. Emozionante.
Ma il cervello, davanti a frasi così, alza le spalle e dice: ok… e quindi?
Un buon proposito nasce spesso dalla frustrazione. Da ciò che non ha funzionato. Da un “non ce la faccio più” detto a fine dicembre, magari con un po’ di stanchezza addosso e un bicchiere in mano.
Un obiettivo, invece, nasce da una scelta.
La differenza è tutta qui.
I buoni propositi sono reazioni emotive.
Gli obiettivi sono atti di responsabilità gentile.
Un proposito suona più o meno così:
“Da gennaio farò più sport.”
Un obiettivo suona così:
“Scelgo di muovere il corpo, andando a camminare per 30 minuti, due volte a settimana, a partire da domani, per 3 mesi ”
Capisci la differenza?
Nel primo caso ti stai imponendo un ideale.
Nel secondo ti stai ascoltando.
Quando parliamo di obiettivi per l’anno nuovo, il punto non è alzare l’asticella, ma radicarla nella realtà. Nei tuoi tempi, nelle tue energie, nella fase di vita in cui ti trovi.
Non in quella in cui pensi di dover essere.
Molte donne che seguo sono bravissime a pretendere. Molto meno ad accettare.
E così trasformano ogni inizio anno in un banco di prova, anziché in un alleato.
Un obiettivo vero non ti chiede di diventare un’altra.
Ti chiede di fare un passo possibile, nella direzione giusta per te.
E forse, invece di chiederci “Cosa voglio ottenere quest’anno?”, potremmo iniziare da una domanda molto più potente:
“Chi scelgo di essere o diventare?”
Da lì, gli obiettivi smettono di pesare.
E iniziano, finalmente, a sostenerti.
Un altro modo di iniziare l’anno (senza farti la guerra)
Forse il problema non sono i buoni propositi per l’anno nuovo.
Forse il problema è il modo in cui li usiamo contro di noi.
Gennaio arriva e sembra chiederti subito di decidere tutto: chi sarai, cosa farai, dove andrai. Come se dodici mesi potessero essere compressi in una lista scritta di fretta, tra un panettone avanzato e un’agenda nuova ancora tutta bianca.
Ma la vita non funziona così.
E tu non sei un progetto da ottimizzare.
Un inizio diverso non parte da “cosa devo migliorare”, ma da una domanda molto più onesta:
“Di cosa ho davvero bisogno adesso per diventare la persona che voglio?”
Non tra sei mesi. Non nella versione ideale di te.
Adesso.
Forse hai bisogno di rallentare.
Forse di fare meno, non di più.
Forse di smettere di rincorrere obiettivi che non ti rappresentano più.
O forse, semplicemente, di tornare ad ascoltarti senza giudicarti ogni cinque minuti.
Un cambiamento autentico non nasce dalla pressione.
Nasce dalla presenza.
E questo vale anche per l’anno che hai davanti.
Se senti che questo gennaio potrebbe essere diverso, più gentile, più vero, più tuo, ho creato uno spazio che va proprio in questa direzione.
Una guida gratuita, semplice ma profonda, pensata per aiutarti a ritrovare il centro, senza proclami e senza performance.
Si chiama “12 passi per ritrovarti”.
Non è un piano perfetto.
È un invito a tornare a casa, un passo alla volta.
Se non l’hai ancora letta, puoi scaricarla da qui e iniziare quando vuoi, con i tuoi tempi.
Senza fretta. Senza aspettative.
Solo con un po’ più di verità.
Sara Ronzoni
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